GP Weekend | Gran Premio degli Stati Uniti 2025 | Circuit of The Americas, Austin

Il COTA non è una pista. È una dichiarazione d’intenti costruita nel mezzo del Texas: curve che salgono, scendono, si piegano e ripartono con la logica di un paesaggio che non chiede scuse a nessuno. Quattrocentocinquantamila spettatori sugli spalti. Il sole che non si discute. E un Mondiale che qui, tra stivali e birra ghiacciata, ha cominciato a fare i conti sul serio.


McLaren — Voto 5

La Sprint del sabato aveva detto che c’era qualcosa che non tornava. La gara della domenica lo ha confermato con la sistematicità di chi non ha intenzione di lasciare spazio alle interpretazioni ottimistiche.

Piastri ha corso con l’autorevolezza discontinua di chi a tratti sembra il pilota più completo della griglia e a tratti sembra aver smarrito il manuale di istruzioni. La stella da candidato al titolo ha perso qualche watt di luminosità nei momenti in cui ne aveva più bisogno. Norris, dall’altra parte, ha gestito il weekend con quella cautela che in certi momenti della stagione sembrava un pregio e in questo punto del campionato comincia ad assomigliare a un limite. Il cinturone c’è, la pistola anche. Manca il guizzo di chi la estrae prima che la situazione lo richieda.

Nel frattempo, Verstappen contava i punti. E la distanza che si misura in punti, in questa fase del Mondiale, è la cosa che fa più paura.


Red Bull — Voto 10

Wanted: il Mondiale. Cercasi con urgenza. Max Verstappen è l’unico pilota in griglia che ha trasformato il Circuit of The Americas in territorio di conquista con la metodica efficienza di chi non conosce il concetto di giornata storta — o se lo conosce, ha scelto di non averla questa settimana.

Vittoria costruita, gestita, chiusa. Con una Red Bull che negli ultimi mesi aveva offerto più di una serata difficile, il weekend texano ha mostrato una squadra ritrovata nel momento in cui ritrovarsi era l’unica opzione disponibile. Ogni punto conquistato adesso vale il doppio di quello che valeva a maggio, e Verstappen lo sa meglio di chiunque altro.

Tsunoda ha vissuto una di quelle domeniche in cui tutto ciò che tocchi funziona — sprint brillante, gara pulita, contributo concreto alla classifica costruttori. La farmacia completa, come si dice nel paddock: stimolante morale e scudo immunitario in un pacchetto solo. Austin gli ha reso giustizia.


Ferrari — Voto 7

Leclerc ha costruito la sua gara texana come si costruisce qualcosa che deve durare: mattone dopo mattone, curva dopo curva, senza lasciare spazio agli errori che una pista come il COTA ti presenta ogni giro come tentazione. La difesa di posizione nel finale ha avuto la qualità specifica di chi sa esattamente dove si trova sul tracciato e usa quella conoscenza come arma. Una prestazione che meritava più di quello che i numeri finali raccontano.

Hamilton ha vissuto il weekend in modalità invisibile, che è la modalità peggiore possibile per un pilota che di visibilità ha sempre fatto la sua moneta di scambio con la narrazione sportiva. Gli amici lo descrivono come un ragazzo sempre presente. Austin, evidentemente, era un’eccezione. La caccia al primo podio in rosso continua, e con essa la pressione silenziosa che ogni weekend che passa senza risultato aggiunge al conto.


Mercedes — Voto 5

Il sabato aveva alimentato aspettative. La domenica le aveva spente con la rapidità di chi non aveva mai avuto intenzione di mantenerle accese.

Russell aveva mostrato nella Sprint una competitività che sembrava annunciare un weekend completo. Poi la gara lunga ha presentato il conto, e il conto era più salato di quanto la vigilia lasciasse prevedere. Il passo che aveva reso convincente il sabato si è dissolto nel traffico dei giri centrali, e quello che restava non era sufficiente per i risultati che la classifica costruttori avrebbe richiesto. Tanto fumo, come si dice — e il Texas ha già abbastanza fumo di suo per non averne bisogno da Brackley.


Aston Martin — Voto 7

Fernando Alonso continua a fare una cosa che la fisica dell’automobilismo dovrebbe rendere impossibile: estrarre dal pacchetto tecnico che ha a disposizione qualcosa di sistematicamente superiore a quello che il pacchetto stesso sembra promettere. Austin ne è stata un’altra dimostrazione.

Non è magia. È l’accumulo di trent’anni di esperienza applicata al problema specifico di ogni singolo weekend, con una capacità di adattamento che i piloti giovani impiegano anni a sviluppare — e alcuni non sviluppano mai completamente. Alonso ce l’ha come riflesso condizionato. Stroll la sta ancora cercando, in un deserto texano dove i miraggi sono la specialità della casa.


Racing Bulls — Voto 4

Hadjar si è ritirato prima che la gara entrasse nella sua fase interessante, lasciando Lawson a combattere da solo in un weekend che non aveva mai promesso facilità e aveva mantenuto la promessa fino in fondo.

Lawson ha tenuto duro con la testardaggine specifica di chi non accetta la logica della resa come risposta valida. Non è bastato per i risultati che la squadra aveva immaginato, ma ha detto qualcosa sul carattere del neozelandese che i numeri del fine settimana non riescono a contenere completamente. A Faenza si guarda avanti. Il calendario offre ancora opportunità.


Williams — Voto 4

Sainz aveva fatto la cosa giusta il sabato: terzo posto nella Sprint, passo convincente, la sensazione che questo weekend fosse il tipo di weekend che può spostare le valutazioni su una stagione intera. Poi la domenica ha presentato una fattura che nessuno aveva preventivato.

Il contatto con Antonelli — cercato, tentato, mal riuscito — è il tipo di episodio che nei momenti di lucidità si valuta diversamente da come si valuta quando la gara è in corso e l’adrenalina processa le informazioni con meno precisione del solito. Il risultato è stato quello che è stato, e tra i sismografi metaforici che hanno registrato l’episodio c’erano anche quelli del box Williams, che da quella domenica in poi aveva meno da festeggiare e più da spiegare.


Haas — Voto 7

Bearman ha corso il Gran Premio degli Stati Uniti con la mentalità di chi sa che Austin non perdona la timidezza. Ha attaccato quando aveva lo spazio, ha difeso quando non ce l’aveva, e ha trattato il circuito con il rispetto competitivo che si deve a una pista che punisce chi la sottovaluta.

La manovra di Tsunoda che lo ha steso nel momento sbagliato è il tipo di episodio che in un’altra stagione potrebbe essere raccontato come una sfortuna isolata. Nella stagione di Bearman è diventata invece una parentesi: fastidiosa, sprecata, ma non definitiva. La stoffa si vede quando le cose non vanno, e la stoffa c’era.


Alpine — Voto 3

Colapinto ha fatto quello che può fare un pilota con il suo talento quando il talento è l’unica risorsa disponibile: ha attaccato tutto quello che aveva davanti, ha difeso tutto quello che aveva dietro, e ha finito la domenica con i lividi degli scontri e la soddisfazione relativa di chi sa di aver dato il massimo in condizioni che il massimo non lo meritavano.

Gasly ha navigato il weekend con la rassegnazione velata di chi conosce già il finale della storia e aspetta comunque di arrivarci, per rispetto del processo. L’Alpine del 2025 è il tipo di macchina che richiede ai suoi piloti uno sforzo supplementare solo per restare nella zona punti, e quello sforzo non sempre produce il risultato atteso. Il 2026 è l’ultimo appiglio reale prima che le spiegazioni finiscano.


Il cielo del Texas si tinge di arancione mentre il paddock si smonta. Il Mondiale ha parlato ad Austin con la chiarezza di una sera senza nuvole: Verstappen è avanti, la McLaren insegue, e il calendario conta le tappe rimaste con la precisione di chi non vuole che nessuno si distragga.

Messico la settimana prossima. Si continua.


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